Arteest meets Arteest

Arteest meets Arteest

Teelent è anche un luogo d’incontro fra Arteest ed è qui che Simona e Stefano si sono incontrati per parlare un po’ di arte.

SM: Io penso che l’arte abbia un ruolo sociale molto importante, ma che esso difficilmente le venga riconosciuto…

SF: Per te è sempre stato così o è una questione che riguarda il nostro tempo?

SM: Adesso che mi ci fai pensare forse è più una caratteristica del nostro tempo. Le cose che hanno un valore socialmente riconosciuto mi pare che siano, nel nostro tempo, solo quelle che hanno un’utilità. Tutto ciò che non ne ha, diventa superfluo e di nicchia.

PARTENDO DA DUCHAMP…

SF: Troviamo un mercato dove l’innovazione è padrona. Ed è qui che gli artisti sono schiavizzati dalla sindrome (ormai è sindrome) di Duchamp. Dove si deve provocare, e provocare, per scalfire la patina di disincanto di questa “epoca bizzarra.”

SM: Ma perché dici che gli artisti son schiavizzati dalla sindrome di Duchamp?

SF: Perché Duchamp è stato il più provocatore. Con l’orinatoio  ha aperto le porte all’arte concettuale. Ed ora è una gara a chi è più provocatorio.

SM: Se parliamo di provocazione sono d’accordo, ma non di cripticità. Non mi pare che l’arte di adesso sia concettualmente così spinta come ai tempi di Duchamp.

SF: Ma anche oggi ci sono artisti che espongono tele bianche o che sviscerano interiora di animali per buttarli sugli spettatori. O chi in galleria fa lo stand della birra.

SM: Tu dici che vanno ancora hanno queste cose? A me sembra che appartengano più una vecchia idea di arte “contemporanea”…

SF: Esistono ancora performance. Ma non si può creare una teoria generale oggi, ci sono tanti settori, forse troppi. Tu cosa percepisci?

…A FONTANA E MANZONI

SM: Penso che, in una società schiava della comunicazione, il desiderio di attirare attenzione attraverso messaggi da decriptare sia un modo perfetto per smuovere la vera attenzione oppure per indurre la più completa indifferenza. Mi pare anche che la grossa rottura dell’arte concettuale, penso ad esempio ad un taglio di Fontana, ad un barattolo di escrementi di Manzoni, ad una performance di Gina Pane, non sia più cosi efficace, forse perché è stata “digerita” e, quindi, in qualche modo, compresa o, forse, perché, dopo il primo shock di quegli anni, ormai non ci si stupisce più di nulla. 

SF: Io penso che l’arte concettuale non possa morire o deformarsi più di tanto nella sua natura. Poiché esteticamente e tecnicamente oggi se ne vedono di tutti i colori, solo un’idea, un concetto, può differenziare in maniera decisiva un prodotto artistico; penso ad esempio a Banksy che lavora più sul concetto che sulla tecnica.

PER PASSARE DAL NOVECENTO…

SM: Si, forse il diffondersi delle tecnologie e del mondo virtuale ci hanno reso meno ingenui e quindi meno soggetti ad essere sconvolti da cose non visibili come il “concetto”, quindi, attualmente, l’idea del “non vedo” non è più così strettamente connessa all’idea del “non capisco”. Oppure si tratta proprio di un cambio di prospettiva nell’arte.

Il Novecento ha operato profondi cambiamenti nel linguaggio artistico. Credo che esso, considerato nel suo complesso, abbia demolito, pezzo per pezzo, il concetto di oggetto d’arte che si era consolidato nei secoli.

SF: Si, credo che la trasformazione sia stata provocata da motivi sia esogeni che endogeni. Quelli esogeni sono stati principalmente la rivoluzione industriale, che, con la riproducibilità tecnica dell’opera d’arte (fotografia e mezzi di riproduzione su larga scala) ha influito in maniera determinante sul cambiamento, e sull’attuale visione “mercato-centrica” di tutta la società. I motivi endogeni sono però ugualmente interessanti: l’arte che distrugge definitivamente l’accademismo e che sviluppa una reticenza verso lo stereotipo di “bellezza”.

SM: La riproducibilità tecnica ha sicuramente demolito l’idea di utilizzare l’arte per descrivere la realtà; ma quello è stata la miccia che ha incendiato tutto perché c’era un contesto favorevole. Infatti, non avendo più un senso riprodurre la realtà esteriore, ci si era rivolti più verso sé stessi. Penso anche che Freud e il suo studio dell’inconscio possano, in qualche modo, aver influito sulla trasformazione dell’espressione artistica.

…E NEL ROMANTICISMO

SF: Dal romanticismo in poi c’è stata questa frattura che, con la psicoanalisi, si è enfatizzata. Da quel momento si inizia ad indagare l’animo umano, tralasciando gli stereotipi accademici di tipo puramente descrittivo o celebrativo.

SM: Nel Romanticismo l’arte manteneva ancora, in parte, il suo valore descrittivo, solo che cambiava il soggetto rappresentato: dalla realtà si passava ai sentimenti. Dal punto di vista formale però il soggetto descritto era ancora la realtà, seppur caricata di una forte interiorizzazione simbolica. Poi la psiche acquista sempre più un ruolo primario e comincia a deformare irreversibilmente la realtà: da questo momento in poi la sola descrizione del visibile non basta più…

ANALIZZANDO L’ARTE CONTEMPORANEA…

SF: Mi pare che questo fattore di interiorizzazione si ritrovi anche in una certa parte dell’arte contemporaneaIndividuo però due tendenze. Una più criptica, nella quale non comprendere al primo sguardo ciò che vedi, è assolutamente normale poiché l’artista “parla” attraverso un suo codice personale, lasciando decifrare solo ciò che decide di mostrare e rendendo il suo messaggio sempre più complesso. E, su questo, poi si inserisce anche il paraculismo del mercato dell’arte del dire che l’arte non è per tutti: questo di fatto rende l’arte ancora più élitaria.

L’altra tendenza invece è più chiara ed esplicita e anche la banalizzazione del concetto acquista un grande valore. In questo caso mi pare che, nella società, si recepiscano con più facilità alcuni “inganni” che conducono, per osmosi, ad una sorta di condizionamento. Come se, in quest’arte semplificata e, talvolta banalizzata, esistesse quello che in psicologia è detto “effetto Forer” (usato negli oroscopi) secondo il quale tanto più una cosa viene resa approssimativa e generica e tanto più diventa credibile e veritiera.  Io credo che molte azioni di marketing che si muovono nell’arte facciano leva su questo.

SM: Io leggo in questo modo queste due tendenze. Da un lato c’è un desiderio di semplificazione che sembra nascere dalla necessità dell’individuo di essere capito ed accettato. Dall’altro si fa invece uso della cripticità proprio per richiedere attenzione: su una cosa troppo ovvia nessuno si ferma a riflettere.

In entrambi i casi l’elemento dominante è una fragilità dell’animo umano: o ti esprimi con semplicità per avere più attenzione, o usi un linguaggio più complesso per avere un’attenzione più profonda. L’arte però che attualmente, per me, è più potente è la street art, perché è l’unica che fa una grossa resistenza al sistema. E il marketing, che ha capito la sua forza trascinante e pare rincorrerla.

…E LA STREET ART

SF: Si lo credo anche io, inoltre essa è la forma di arte più primordiale: i primi graffiti sono le prime forme artistiche.

SM: La street art e i nostri antenati nelle caverne mi pare siano mossi da un’esigenza comune e molto umana: urlare al mondo “io esisto, qui, ora!”. E’ curioso come alla fine della rivoluzione artistica del Novecento si stia ripartendo dalla origini. Forse serviva proprio l’esplosione distruttiva del secolo scorso per poter rinnovare l’arte dalle sue fondamenta. Io l’ho capito negli anni: all’inizio avevo uno sguardo troppo circoscritto alle singole fratture, poi, col tempo, sono riuscita ad avere una visione più d’insieme e, finalmente, i conti son tornati. Sembrava la fine di tutto e invece era l’inizio di qualcosa.

SF: Una volta i capolavori li vedevi nelle chiese e avevano la funzione di alfabetizzare il popolo con le immagini poiché pochissimi sapevano leggere e scrivere.

Ora non si discute più del fatto che un’opera sia utile o meno, perché il marketing e i canali in cui viene promossa legittimano la sua validità artistica o meno e nessun profano può mettere bocca, perché essa è proclamata opera d’arte da pochi.  Esistono così tanti fattori esterni e attori terzi che nessun sociologo può organizzare il tutto in maniera organica. La mia tesi sull’arte infatti è stata elaborata su tre filoni che hanno a che fare con la modernità e che si differenziano l’uno dall’altro.

PER FINIRE CON CONSIDERAZIONI PERSONALI

SM: Quali sono?

SF: Il primo è la trasformazione dell’arte dal ‘900: dalla serialità dell’opera d’arte fino ad arrivare al fenomeno packaging dove l’industria ha risucchiato davvero tutto.

Il secondo è il mercato dell’arte. In esso vi è la presenza di attori terzi che cooperano con l’artista per farlo diventare tale: individuano quali siano i punti strategici per diventare artisti oggi, cosa sia l’opera d’arte e come condurre la sua mercificazione.

La terza è quella che ho dato come antitesi a tutta questa artificiosità: la Street art, che ho collegato e confrontato con l’arte rupestre. Ho parlato di come la sfera pubblica politica dovrebbe finanziare l’arte anche per il decoro urbano (tante città lo fanno) e ho intervistato Millo (che è uno degli Street artist che amo di più ed è un writer vecchia scuola, che fa Street art in maniera illegale).

Un anno di lavoro per elaborare tutto e trovare testi arcaici: ho messo a confronto il pensiero di Benjamin ed Adorno. Benjamin vede una soluzione alla “rottura” nell’arte: si può trattare di una diffusione come, invece, di una alienazione, perché avviene una perdita dell’aura.Adorno invece è più distopico.

Comunque alla fine penso che non si debba essere assolutisti quando si parla della situazione dell’arte.


La discussione che hai appena letto ha visto protagonisti Stefano e Simona, che fanno parte del team Arteest di Teelent. Loro non parlano solo di arte, infatti Stefano porta avanti le considerazioni esternate in questo dialogo anche sul piano artistico personale, applica queste conoscenze nel suo disegno ed afferma “Mi piace il percorso che sto facendo: uno studio teorico attraverso il disegno.”

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Simona invece ama farsi “provocare” dall’arte: la fa e soprattutto la vive. Ha partecipato al Blog con alcuni interventi.

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Fiorello, Simona e Teelent

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