MASSIMO SIRELLI: IL FERRO VA BATTUTO FINCHÉ È CALDO – Teelent
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MASSIMO SIRELLI: IL FERRO VA BATTUTO FINCHÉ È CALDO

37 anni, ex pubblicitario e ora artista a tutto tondo. Innamorato da sempre dell’arte. Per un periodo della sua vita insegue la chimera del lavoro serio, fino a quando capisce che se ti piace una cosa, quella devi fare.

Sin dall’adolescenza Massimo è influenzato dal mondo dei graffiti e della street art. Prima di dedicarsi in maniera totalizzante all’arte, però, Sirelli studia per diventare grafico pubblicitario. Inizia lavorare come freelance per poi aprire Dimomedia, la sua agenzia specializzata in grafica, comunicazione e multimedia design. I suoi lavori vengono pubblicati su importanti libri di graphic design e nel frattempo diventa docente presso lo IED Torino.

Dal 2013 con il progetto AdottaunRobot.com inizia ad accettare che è l’arte lo scopo della sua vita. Da allora divide il suo tempo tra il ruolo di pubblicitario e quello d’artista.

Un anno fa la svolta. Ora Massimo Sirelli può dedicarsi solo a ciò che gli piace fare veramente.

Iniziamo con la domanda sul motivo cardine dell’intervista. ​

Qual è stato il momento, la coincidenza, l’attimo che ti ha cambiato la vita rendendoti l’artista che sei oggi?

È difficile dirti il momento preciso. Le storie d’artista hanno radici vecchie, viscerali. Se ti dico che disegnavo da bambino potrebbe sembrare la solita risposta retorica. Ma in realtà è così. È difficile dire il momento esatto. A livello professionale c’è stato un momento in cui ho capito che potevo e dovevo crederci di più. Lo ammetto, non ci credevo abbastanza, ma poi è arrivata la risposta mediatica e lì ho pensato che se ci credevano gli altri, avrei dovuto crederci anch’io. Ciò è avvenuto negli ultimi 4 o 5 anni. Nonostante io sapessi da sempre che questa era la mia strada.

Quando sei riuscito a vivere della tua arte?

Da ragazzino io non chiedevo soldi ai miei genitori. Mi guadagnavo i soldi facendo i graffiti sui muri su commissione. Io graffittavo dal furgone delle giostre alla discoteca. Ero piccolo. Avevo 14 anni. E mi trovavo a coordinare i miei coetanei sul lavoro da fare.

Ho sempre visto nell’arte e nelle mie capacità una possibilità di vivere.
È talmente viscerale e importante l’arte per me
che mi sembrava sciocco non vivere di questo.
Perché devo fare altro se a me piace tantissimo fare questo?

Quindi l’ho sempre fatto. C’è stato un momento a causa delle paure che ti innescano i genitori, in cui ho pensato che era il momento di trovare una configurazione più seria del mio lavoro. E allora per anni mi sono dedicato alla pubblicità, ma era un palliativo. Adesso l’ho abbandonata.Nell’ultimo anno mi dedico esclusivamente ai miei progetti d’artista. La pubblicità mi diverte, mi contamina, il mio linguaggio è contaminato dalla pop art e viceversa. Spesso presto i miei artwork alla pubblicità.

Che consiglio daresti a chi come te sente nell’arte qualcosa di più di un semplice mestiere?

Non può essere solo un mestiere, ma non può essere nemmeno solo un’espressione dell’io per far si che questa cosa dell’artista sia sostenibile. Ci sono delle persone che trovano un punto preciso in cui riescono a esprimere completamente il proprio io e nello stesso tempo riescono a trovare un fine a ciò che fanno; un’utilità dell’arte.
A volte anche solo utilità estetica. Però è utile. Lì trovi l’equilibrio perfetto. La riuscita massima dell’essere artista e nello stesso tempo vivere di arte.

A che età si raggiunge questo punto di massima perfezione?

È una riflessione proprio di quest’ultimo periodo. Quando ero più giovane mi chiedevo perché non riuscivo a esprimermi, a venir fuori. E mi dava fastidio sentire chi diceva che un artista per emergere deve avere una certa età. Oggi lo capisco un po’ di più. Adesso riesco a pensare con una consapevolezza maggiore di me, delle cose che devo dire, dei miei lavori, di come devo promuoverli e tutelarli. Quando sei piccolo e giovane sei insicuro. È questo che ti impedisce di emergere a prescindere dalle capacità tecniche.
Sono felice di aver fatto per tanti anni il pubblicitario e di aver imparato tante cose. Di aver sperimentato. Oggi mi sento molto più sicuro del mio lavoro. Sento di avere una visione più completa.

Negli Stati Uniti esistono diversi corsi su come come l’artista deve gestire la sua attività per diventare un imprenditore. Cosa ne pensi di questo pragmatismo?

Io non so come si stiano muovendo esattamente gli americani. Però, ritengo che sia molto più utile un corso capace di aiutarmi a trasformare l’attività d’artista in attività professionale che un corso in accademia in cui ti innescano nella testa una marea di limiti.
Blocchi mentali che ti impediscono di vedere l’arte come prodotto da vendere. Mi rapporto con molti ragazzi che escono dall’accademia. Dalle loro parole di avverte la sacralità che sta dietro l’opera, o la liturgia del mettere dei guanti per toccare un pezzo di ferro. Non lo condivido. Sono a favore del pragmatismo americano. È bene. Proprio nel momento in cui ho iniziato a capire che l’arte poteva essere prodotto e che come tutti i prodotti ha un mercato, da lì ho iniziato a lavorare di arte. Prima ero sempre impaurito. Invece è più semplice di tante altre cose.
Basta vedere case history come Jeff Koons e Andy Worhol. Artisti che hanno realmente creato delle industrie, delle Factory dietro di loro per la produzione e la promozione delle opere. Ma possiamo anche prendere come esempio, in epoca rinascimentale, le scuole di pittura dei grandi maestri. Loro avevano la visione e poi c’erano maestranze che producevano queste grandi opere, questi grandi affreschi, questi grandi cantieri. Lì c’era creatività e imprenditoria.

Cosa dobbiamo aspettarci per il tuo futuro?

La vita dell’artista è imprevedibile. Adesso che ho tutto il tempo a disposizione da dedicare a me e alla mia creatività c’è da aspettarsi tanto. Ciò che ho fatto fino a oggi, è il risultato di ritagli di tempo. Non so cosa cosa potrà succede ora che finalmente mi dedico in toto ai miei progetti.

Adesso chi detta i tempi?

Ci sono dei periodi che lavoro come un pazzo, compresi sabato e domenica. Quando lavoro nei fine settimana, il lunedì dovrei riposare, necessariamente. Ma il mio retaggio mi impedisce di dire è lunedì e puoi riposare. Il lunedì si lavora, punto. Non sono diventato ancora proprietario del mio tempo. Ho acquisito tanta disciplina negli anni per cui non faccio l’artista sbandato che dorme fino alle 12.
In realtà non dò mai riposo alla mia creatività che ha necessità di momenti di stop, di svago. Questo è un po’ il limite della mia vita artistica. Paradossalmente prima lavoravo meno.

Spesso dietro la fortuna di un artista c’è un mecenate?

Non per me. Tutto quello che realizzo è il frutto di commesse diverse, di contratti diversi. Non ho un unico grande collezionista. Ma tanto tanto lavoro e tante conversazioni diverse. Il fatto di essere multitasking, di promuovermi sui social, di riuscire a conversare con tante realtà diverse mi aiuta. Avere linguaggi creativi diversi come la scultura e la pittura, le grandi installazioni murali e non mi portano ad avere la stessa differenza che c’è tra un supermercato e la piccola enoteca di paese.
È chiaro che a un certo punto vendere solo vino ti offre meno possibilità di guadagno. Se invece diversifichi e fai una buona comunicazione magari non hai necessitò del mecenate. È solo più faticoso. Se hai passione vera, non c’è fatica che tenga e alla fine fai fai fai.
E questo fare ti porta sempre da qualche parte. Bisogna lavorare per far accadere ciò che si vuole. Certo, sarebbe meno faticoso lavorare bene attraverso una strategia precisa. Ma spesso la direzione giusta arriva solo dopo aver sperimentato. Il ferro va battuto finché è caldo!

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