The Art of Banksy seen by Simona Morani

Letteralmente: protesta visiva.

Io l’ho sentita la protesta! Dritta nello stomaco. Emozione: tantissima.
 
Questo per me è partecipare ad una mostra. È mettermi nello spirito di lasciarmi coinvolgere, è lasciare fuori dall’ingresso il mio modo di vedere per imparare ad ascoltare quello dell’artista, seguire le SUE regole con il MIO sentire.

Banksy mi ha travolta. Ma non tanto per le opere in sé, o meglio, non solo.

Quello che mi travolge di Banksy è

“La potenza del pensiero,

l’enorme capacità di provocare

nel senso più ampio possibile”

 
 
Il vocabolario Treccani a proposito dell’etimologia della parola “provocare” parla di derivazione dal latino “pro”= fuori + “vocare”= chiamare, dunque “chiamare fuori” e in questo senso Banksy è perfetto: ti proietta fuori da una rassicurante visuale comune. Ti mette di fronte, senza filtri, al fatto che esista una realtà politicamente scorretta. Dunque non hai più l’alibi del “ma io pensavo…”, “ma io sapevo…”. Niente! Non ci sono scuse, lui te lo dice ed ora lo sai.
Da questo momento in poi non puoi più far finta di niente.
 
Una posizione, o in un senso o nell’altro, la DEVI prendere e come diceva De Andrè, ne La canzone di maggio:
 
 

” Anche se voi vi credete assolti,

siete lo stesso coinvolti “

 

 

Ecco, Banksy ci urla “anche se ora ve ne fregate, voi quella notte (in questo caso, in questo tempo) voi c’eravate”. Cit. De Andrè
È strano, quando ho visto la mostra di Banksy non avrei mai pensato di accostarlo a Faber… e invece eccoli qui, tanto lontani fisicamente, quanto vicini nel pensiero. Perché si, è questo che fa la vera arte: ti spiazza, ti da un’altra occasione di pensiero, ti crea l’opportunità di sfasciare tutto, senza far male fisicamente a nessuno, per ricominciare da capo. Ti da l’occasione di “fermarti a pensare”. E di lasciarti “provocare”.
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Presente! Io ci sono.
 
 

P.S: in preda ai fumi delle emozioni non ho saputo resistere a “vestire” visivamente quegli intensi pensieri che Banksy, attraverso il suo lavoro, è riuscito a farmi fare. Non amo i selfie ma dovevo (volevo!) documentare che ero stata in quel contesto e che esso rimarrà sempre dentro di me perché il dialogo che si instaura fra autore e spettatore è la vera magia di un’opera d’arte.
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Dovevo documentare le mie emozioni per custodirle con più cura… e la cura massima, per me, è l’immagine (in questo caso “viva”). Quindi voilà, ecco qui quello che ho postato sul momento: i miei selfie “emotivi” e un omaggio a “Barcode”, il lavoro in cui un leopardo scappa da una gabbia che è un codice a barre.
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Nella mia foto ho fatto in modo che la luce verde del segnale dell’uscita di emergenza si riflettesse sulla spalla del felino, il quale una via di uscita l’ha trovata.

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Ecco, vorrei che fosse di buon auspicio per ricordarmi di provare sempre a cercare l’uscita, a non farmi ingabbiare mai da preconcetti, a guadagnare la libertà di pensiero.
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Cosa che cerco di fare in ogni mia opera, in ogni tratto delle mie creazioni che puoi scoprire nel mio Arteest Shop su Teelent!
 
 
 
Alla prossima emozione d’arte! ❤️ 🎨
 
Simona Morani (Teelent Arteest)